6 Agosto 2007 di Mezzapelle Vito
Le caratteristiche salienti del vigneto rappresentano già potenzialmente il vino che se ne può ottenere; oltre alla tipologia che si intende produrre (Doc, Igt, da invecchiamento, spumante, ecc.), l'impianto deve essere funzionale anche alla qualità desiderata e quindi deve prevedere la quantità di uve ottenibile a questo scopo. Le scelte da fare sono quindi molteplici e la maggior parte delle decisioni va presa in fase d'impianto; è per questo che occorre un progetto preciso.
L’impianto di un vigneto è un momento che richiede una serie notevole di considerazioni che sono di natura sia agronomica sia economica-finanziaria, ma anche valutazioni commerciali e di marketing.
Fra gli aspetti agronomici sono da considerare ovviamente, oltre alla scelta varietale, i sesti d’impianto, la concimazione di fondo e le lavorazioni preliminari del terreno, la scelta della forma di allevamento e la conseguente palificazione necessaria.
E’ generalmente consigliabile lo scasso e la somministrazione di quegli elementi poco mobili (fosforo e potassio) che solo in questa occasione hanno opportunità di essere posizionati in una zona dove si sviluppano le radici. Per quanto riguarda la messa a dimora delle barbatelle è sempre opportuno sceglier la stagione in cui si ha il picco di accrescimento radicale, ossia la primavera o autunni, per garantire un rapido attecchimento delle giovani piante.
Ormai collaudata è inoltre la messa a dimora delle viti usando trapiantatrici al laser che assicurano un allineamento perfetto oltre che rapidità ed economicità.
La scelta della forma di allevamento nel nostro Paese è ancora fortemente influenzata da motivi storici e di tradizione piuttosto che da concrete considerazioni tecniche ed economiche; si passa infatti dall’alberello siciliano, al tendone pugliese, al Bellussi modenese, ecc.
Oggigiorno comunque altre sono le considerazioni che occorre fare; bisogna infatti progettare il vigneto in funzione della possibilità di meccanizzare le varie operazioni culturali (vendemmia, potatura, legatura…), di utilizzare agevolmente le macchine per i trattamenti, di incrementare la qualità delle uve principalmente contenendo l’eccessivo rigoglio vegetativo delle singole piante. Decisamente da abbandonare quindi le forme troppo espanse (tendone, pergole) e non meccanizzabili, mentre sono consigliabili le forme di allevamento a parte (Guyot, cordone speronato, Casarsa). Occorre inoltre cercare di limitare il volume della massa di foglie in quanto è dimostrato che solo i primi strati fogliari sono fotosinteticamente in attivo, mentre le foglie più interne oltre ad essere consumatrici di zuccheri sono difficilmente raggiungibili da fitofarmaci e contribuiscono a creare condizioni microclimatiche (ristagno di umidità) idonee allo sviluppo delle malattie fungine. E’ altresì consigliabile predisporre sesti d’impianto fitti (> 4.000 ceppi/Ha), sempre in relazione alle condizioni ecopedologiche ed alle varietà impiegate, affinché la competizione che si instaura fra le varie piante porti ad una limitazione dello sviluppo vegetativo, ad una diminuzione del carico di uva per ceppo ed alla conseguente maggiore concentrazione di sostanze nobili (zuccheri, polifenoli ed aromi) negli acini. Ove la disponibilità idrica primaverile ed estiva non sia un fattore limitante è auspicabile una gestione del suolo con inerbimento (artificale o con essenze spontanee), magari anche solo temporaneo (primavera ed autunno), o parziale (solo nell’interfila e lavorazioni o diserbo sulla fila). E’ comunque consigliabile attuare questa pratica dopo tre anni dall’impianto per evitare eccessiva competizione nelle prime fasi di sviluppo delle piantine di vite.
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